Film della settimana La Valanga (Eternal Love) diretto da Ernst Lubitsch nel 1929 con John Barrymore e Camilla Horn.

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L’addio al cinema muto da parte del grande regista tedesco Lubitsch è indubbiamente tra i migliori della Hollywood anni ’20 che ormai si preparava alla più grande rivoluzione della settima arte, ma mai mi sarei aspettato un dramma così crudo dall’inventore della commedia brillante classica. Il sonoro ormai è irrinunciabile ma negli studios americani ci sono in cantiere ancora parecchi film che per attirare l’attenzione del pubblico vengono distribuiti con una colonna sonora più vari effetti sincronizzati. La Valanga, in originale Eternal Love, vanta la presenza come protagonista di uno dei mattatori dell’epoca, il leggendario John Barrymore in gran forma, più spenta invece Camilla Horn.

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Il film, girato nelle montagne canadesi, racconta l’amore di due giovani ostacolato dalla diversa classe sociale (lei benestante, lui cacciatore) nella cornice della svizzera di inizio ‘800 (1806 più precisamente) che si trovava nel bel mezzo del conflitto tra la Francia guidata da Napoleone Bonaparte e l’Austria. L’intreccio ruota attorno al tradimento di Marcus Paltram (Barrymore) ai danni di Ciglia (Horn) con Pia (da sempre innamorata di lui) che approfitta dello stato di ebbrezza di lui dopo una festa. Il protagonista si vede costretto a sposare Pia e Ciglia cerca di dimenticare il tradimento subito convolando con il suo vecchio pretendente Lorenz Gruber.

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Ma una violenta valanga mette in seria difficoltà il piccolo paese, i due protagonisti si riscoprono innamorati ma il loro amore ora è ostacolato dall’intero villaggio e i due si vedono costretti a fuggire; Stremati dal freddo e dalla fatica e inseguiti dai cittadini non troveranno altra soluzione se non quella di andare incontro alla valanga nella speranza di poter coronare il loro sogno d’amore in un’altra vita.

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In questo film tanto massacrato dalla critica si possono trovare due forze, quella dell’amore e quella della natura in un lento crescendo che arriva al culmine in un finale amaro (come piace a me) che lascia poche speranze e che mette in luce una critica alla religione e al bigottismo di provincia troppo legato a millenarie tradizioni per poter lasciare spazio ai sentimenti umani. Dal punto di vista tecnico a Lubitsch non si può dire nulla, confeziona infatti un dramma umano come pochi sanno fare, azzeccando i tempi e curando molto le scenografie, per me assolutamente da vedere nonostante le critiche negative.

Andrea

 

 

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