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Gran Turismo Veloce – di Carne, di Anima

Disco della settimana “di Carne, di Anima” del gruppo toscano Gran Turismo Veloce.

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Questo che oggi vi consiglio è secondo me uno dei migliori dischi rock degli ultimi anni, uscito nel 2011 un po in sordina ma che ha trovato la sua affermazione negli anni successivi. “di Carne, di Anima” è stato una ventata di aria fresca nel panorama italiano e a portarlo sono stati i bravissimi Gran Turismo Veloce, band di Grosseto fondata nel 2008 che già aveva all’attivo un EP (“In un solo brivido”) i cui componenti sono Claudio Filippeschi alla voce, pianoforte e tastiere, Flavio Timpanaro al basso, voce secondaria, Stefano Magini alla batteria e Massimo Dolce alle chitarre e programmazione.

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Già in questo primo album (si spera nell’uscita di un secondo) la band dimostra subito di cosa è capace, la tecnica dei musicisti vine fuori in ogni una delle 9 tracce e raggiungono la vetta in “Misera Venere”, “Quantocamia” e “La Paura”. 46 minuti che scorrono via che è una bellezza tra canzoni cantate e strumentali, suonati con gusto e carisma con testi cantautoriali e ricercati, quasi ipnotici. L’ ispirazione principale è sicuramente verso il rock progressivo degli anni ’70 ma non mancano le strizzate d’occhio all’ alternartive rock, con un sapiente uso di strumentazione analogica e digitale e al progressive metal de L’estremo  viaggiatore. Insomma, un disco variegato ma compatto sotto tutti i punti di vista.

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Wolfstone – The Chase (1992)

Disco della settimana “The Chase” della band scozzese Wolfstone prodotto da Phil Cunningham per la Iona nel 1992.

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Cambiamo di nuovo genere (come piace fare a me) e andiamo in Scozia con un gruppo Wolfstone, oggi poco conosciuto ai più ma che negli anni ’90 seppe farsi valere per essere stati tra i migliori  a saper mescolare l’energia del rock’ n’ roll alla tradizionale musica celtica tipica di quei luoghi.

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Fondati nel 1989 dal violinista Duncan Chisholm (vera anima del gruppo) si fecero subito notare con il loro primo disco Unleashed (1991) e da qui una serie di album ben strutturati per tutti gli anni ’90 per poi purtroppo cadere negli anni 2000 in una sorta di crisi che sembra non passare mai in cui le produzioni sono iniziate a diradarsi sempre di più così come le apparizioni dal vivo; a oggi (2016) il loro ultimo disco è Terra Firma del 2007, non esiste una pagina facebook ufficiale del gruppo, il sito risulta non funzionante e il loro ultimo live è del 2011.

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Il disco che vi consiglio è The Chaseseconda fatica del gruppo, sorprende per energia e vitalità segno dello stato di forma e del buon periodo che la band attraversava (e speriamo che possa tornarci!) e per l’alternanza di brani strumentali a  brani cantati sia dalla voce giovanile di Stuart Eaglesham cha da quella calda e pacata di Ivan Drever.

Si parte infatti con la strumentale “Tinnie Run” per poi passare a “Glass and the Can” cantata da Drever e “The Prophet” con Eaglesham alla voce. Già da questo inizio si capisce che la forza del gruppo sono l’aver fatto confluire vari genere e varie influenze, dal folk celtico del primo brano, al romanticismo del secondo fino al rock di facile presa del terzo (singolo di successo dell’album). Ed è così che si prosegue con “The Appropriate Dipstick” dove il basso molto funk di Neil Hay dialoga con la cornamusa di Dougie Pincock, il ritmo cala con il lento-romantico di “Flames and Hearts” con il dolce violino di Duncan Chisholm, e di nuovo lo strumentale “The £10 Float” di sicuro la perla dell’album dove una bellissima intro affidata alle chitarre acustiche di Eaglesham e Drever, lascia spazio al violino prima e poi aprirsi a tutti gli strumenti in un crescendo sempre più potente; ritorna la calma in “Close It Down” e “Jake’s Tune” per finire con il funk-rock di “Cannot Lay Me Down”, pezzo articolato di sei munti che chiude degnamente questo variegato e ispirato album.

Nella speranza che gli Wolfstone tornino ai fasti di un tempo vi consiglio questo album e tutti i loro altri.

Le Orme – Verità Nascoste

Primo disco di settembre 2016 che consiglio al rientro dalle vacanze: Verità Nascoste della band italiana Le Orme pubblicato nel 1976 per l’etichetta Philips.

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Nel 1976 qualcosa iniziava a cambiare nell’ambiente musicale mondiale e come al solito Le Orme sono tra i primi ad accorgersi di questo cambiamento, ovvero che ormai l’ondata del progressive rock inizierà lentamente a scemare lasciando il posto al punk e alla new wave.

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Il gruppo, reduce dal disco Smogmagica dell’anno precedente e soprattutto dal faticoso e ironico tour “Rock-Spray” trasferisce a Londra, in particolare nella casa-studio del famoso compositore greco Vangelis e nel grigiore della capitale britannica sforna un album molto particolare dal titolo Verità Nascoste.

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Tolo Marton viene sostituito alla chitarra da Germano Serafin, e infatti la differenza si sente perchè dal tocco blues del primo, si passa ad un rock più classico con il secondo e la composizione e l’arrangiamento delle canzoni da parte di Aldo Tagliapietra e Tony Pagliuca si fa più scarno rispetto al passato ma ancora molto affascinante nel passare da ballate come la title track o “Radio Felicità”  a incursioni di organo hammond e potenti drumming di Michi dei Rossi tipici del prog con “In Ottobre” (dedicata alla città di Londra) e “Vedi Amsterdam”; per poi passare al rock più puro di “Insieme al concerto”, “Regina al Troubadour”, “I Salmoni” o la splendida chiusura del disco con “Il gradino più stretto del cielo”.

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I testi di Pagliuca sono molto sempre più malinconici e come nei dischi precedenti vengono toccati anche temi importanti e non facili come la droga in Vedi Amsterdam; e la canzone Verità Nascoste anticipa la svolta “classicheggiante” che prenderà il gruppo con il disco Florian tre anni dopo.

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Un ottimo disco di fine estate che guarda già all’autunno.

Andrea

Iona – Beyond These Shores

Disco consigliato della settimana Beyond These Shores della band inglese Iona

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Il gruppo Iona si forma in Inghilterra alla fine degli anni ’80 e propone una musica che spazia tra il rock, il folk e la musica celtica con qualche venatura progressiva a mio modesto parere molto originale e molto fresca all’ascolto.

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Oggi vi presento il loro terzo album pubblicato nel 1993 sicuramente più maturo dei precedenti ma sicuramente ottimi Iona (1990) e The Book Of Kells (1992), la formazione è quella classica anni ’90 ovvero Joanne Hogg alla voce, Dave Bainbridge alla chitarra, piano e tastiere, Nick Beggs al basso, Terl Bryant alla batteria e percussioni e Mike Haughton al sassofono e vari flauti. Ma non è tutto perchè il disco vanta le preziosissime collaborazioni di nientepopodimeno che il chitarrista dei King Crimson Robert Fripp, Frank Van Essen al violino e Troy Donockley alla cornamusa irlandese detta “Uilleann pipes”.

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Un disco molto lungo questo, 15 tracce in tutto per un totale di 68,26 minuti, il mio consiglio è di ascoltare questo album in campagna e di lasciarvi trasportare dalle atmosfere celtiche che rimandano ai paesaggi inglesi come la suggestiva intro strumentale iniziale “Prayer on the Mountain”. Curioso l’utilizzo del sassofono in “Tresure” e nel crescendo finale della dolce “Beachy Head”, il secondo strumentale “View of the Island” è all’insegna delle chitarre, dei flauti e l’ arpa celtica in uno dei momenti folk più toccanti dell’album come l’onirica e potente Birds Of Heven dominata dalla voce soave di Joenne, dalla chitarra rock di Bainbridge e dal sax di Haughton. Molto rilassati gli altri due strumentali “Adrift” e “Machrie Moor” grazie al pianoforte, gli archi, i flauti e l’arpa con atmosfere sempre più celtiche con qualche richiamo alla new age. Chiude questa cavalcata di emozioni la trascinante title trak dominata la sublime voce della cantante.

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In conclusione un disco di atmosfere per chi vuole viaggiare con la mente.

Andrea

Tangerine Dream – Cyclone

Disco consigliato della settimana: Cyclone dei Tangerine Dream.

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È facile perdersi nella vastissima produzione dei Tangerine Dream che conta più di 50 album, oggi vi presento uno dei miei preferiti ovvero Cyclone uscito nel 1978 per l’etichetta Virgin.

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Forse i maggiori rappresentanti del Krautrock questo gruppo sviluppa la sua musica soprattutto mediante l’utilizzo di parecchi sintetizzatori e sequencer privilegiando la musica strumentale e senza stancarsi mai di sperimentare, infatti il genere da loro prodotto talvolta viene definito anche musica d’ambiente o musica cosmica.

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In quel periodo però la band formata da Edgar Froese, Christopher Franke e Klaus Krieger si trovava in un punto di transizione dato che l’organista Peter Baumann lasciò il gruppo e al suo posto arrivò Steve Joliffe che introdusse per la prima volta la voce nella loro musica e ne venne fuori un disco che si avvicinava al rock progressivo nonostante i tempi ormai tardi per questo genere. Un album dal sapore molto Pink Floydiano è questo, che presenta sul lato A Bent Cold Sidewalk (13 minuti) una canzone dall’incedere marziale dato soprattutto dalla parte cantata con all’interno un intermezzo in pieno stile Krautrock-elettronico e Rising Runner Missed By Endless Sender  (4 minuti e 55) ovvero un ‘treno’ di batteria elettronica che viaggia spedito verso sonorità più oscure con timbri di tastiere molto taglienti e una voce da film horror di Mario Bava o Dario Argento.

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Chiude il disco la suite Madrigal Meridian (20 minuti e 32) che occupa l’intero lato B del vinile, anche qui la batteria è costante e ossessiva ma le atmosfere ricordano più dischi precedenti come Stratosfear o Sorcerer con l’aggiunto di virtuosi assoli di chitarra e di synth.

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Secondo me Cyclone è un buon modo per approcciarsi per la prima volta ai Tangerine Dream se ancora non li conoscete e avete voglia di un po di “trip” o di atmosfere cosmiche. Spero di esservi stato utile.

Andre

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Pierre Moereln’s Gong: Pentanine

Il disco della settimana è Pentanine del gruppo jazz-rock Pierre Moereln’s Gong composto nel 2002 ma uscito nel 2004.

Mi sembrava doveroso rendere omaggio a questo gruppo e in particolare al leader Pierre Moerlen dato che se ne sente parlare sempre meno nonostante l’importanza di questo poliedrico percussionista nella storia del rock.

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Condensare in poche righe la vita artistica di Pierre Moerlen è difficile ma per chi non lo conoscesse questo musicista nato a Colmar il 23 ottobre 1952 studia percussioni al prestigioso conservatorio di Strasburgo dove si diploma e oltra suonare in diverse band jazz-rock locali fonda anche Les Percussions de Strasbourg e i Hasm Congélateur con cui si esibisce nel 1972 al Festival di Seloncourt insieme a band come i Genesis e all’inizio del 1973 diviene batterista del glorioso gruppo progressive e space-rock Gong, una delle più belle realtà della scena di Canterbury e del rock in generale. Inoltre iniziano a fioccare molte collaborazioni data la sua versatilità nel suonare diversi generi e diversi tipi di percussione come glockenspiel, vibrafono e marimba, una su tutte la lunga collaborazione con il grande compositore Mike Oldfield e le relative tourneè. Nel 1977 la band Gong ormai deflagrata rimane in mano a Pierre che puntualmente cambia nome in Pierre Moerlen’s Gong e virando verso il jazz-rock strumentale a discapito dello space-rock e psichedelia.

Qui Pierre è libero di fare ciò che vuole, chiama suo fratello Benoit a suonare con lui ed inizia a comporre brani suoi e la caratteristica che differenzia questo gruppo da altri gruppi jazz-rock e fusion è l’enorme utilizzo del vibrafono e marimba ormai divenuti i strumenti più congeniali per far uscire la sua arte. Di qua arrivano album molto  belli come Gazeuse!Downwind, e Time is the Key ma molto criticati. Sicuramente parlerò in futuro di questi dischi ma oggi mi soffermo sull’ultimo lavoro che Moerlen ci ha lasciato prima di morire improvvisamente nel sonno la notte del 3 maggio 2005, ovvero Pentanine.

Data la sua voglia di suonare sempre con musicisti diversi e confrontarsi con realtà diverse nel 2001 Pierre si trova in russia a San Pietroburgo dove riforma i Pierre Moerlen’s Gong con musicisti locali tra i quali il famoso tastierista Meehail Ogorodov, Arkady Kuznetsov  alla chitarra e Alexei Pleschunov al basso e si esibiscono al SKIF Festival nell’aprile dello stesso anno. Nel 2002 il gruppo registra l’album ma per per grossi problemi di distribuzione vede la luce solo 2 anni dopo; ma il tempo non ha scalfito la voglia di comporre e di sperimentare i Pierre, infatti io lo trovo tra i suoi lavori più ricercati e diversi, ma si possono trovare rimandi al passato dei vecchi Gong data la vena di psichedelia che pervade l’album e un massiccio uso di tastiere mai così presenti dai tempi di Time is the Key (1979).

Insomma da queste 13 tracce traspare la voglia del percussionista di tornare alla ribalta e riportare in auge il suo genere preferito ma ahimè, un pubblico sempre più disinteressato,  le critiche ancora oggi feroci e la sua prematura scomparsa hanno fatto passare Pentanine nel dimenticatoio per questo ne consiglio l’ascolto anche per ricordare Pierre che con il suo tocco ha reso grandi i Gong e strepitose le performance di Oldfield tanto per citarne alcuni.

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Spero che questo disco vi piaccia e spero nel mio piccolo di aver reso omaggio ad uno dei più grandi percussionisti del rock moderno auspicandone una giusta riscoperta e rivalutazione.

Andrea

 

Robert Reed – Sanctuary

Il disco consigliato di oggi è Sanctuary del 2014, composto, suonato, registrato e prodotto da Robert Reed.

Prima di parlare del disco vorrei spendere due parole su questo musicista e polistrumentista inglese nato nel 1966 qui in italia poco conosciuto ma considerato (giustamente) una personalità di spicco del nuovo progressive rock britannico;  a soli sette anni rimane folgorato dall’ascolto di Tubular Bells del grande Mike Oldfield, da lì nasce la passione per la musica e già sul finire degli anni ’80 lo troviamo nei Cyan, band molto interessante ma snobbata che si sciolse negli anni ’90. Di lì in poi tante collaborazioni come arrangiatore e compositore, e tanti progetti come The Fyreworks (1997), Kompendium (2012) ma soprattutto i Magenta (attivi ancora oggi) fondati nel 2001, senza dubbio una delle realtà più positive del new prog con forte tendenza al recupero del sound tipico di band come Genesis, Yes, King Crimson o Pink Floyd.

E’ il 2014 e il nostro Rob sente il desiderio di produrre il suo primo disco solista e lasciar scorrere tutta la sua vena creativa, l’enorme versatilità nel suonare tantissimi strumenti, ma soprattutto il suo personale tributo e amore per Mike Oldfield.

Perchè infatti in Sanctuary un orecchio attento riconosce immediatamente l’ispirazione del compositore di Tubular Bells a partire dalla struttura del disco composto da due suite strumentali con un’ introduzione calma e tranquilla che si irrobustisce man mano che si va avanti; Vari temi si susseguono e ritornano sotto altri arrangiamenti e tra questi troviamo anche citazioni e/o variazioni sul tema di Hergest Ridge, Ommadawn e Incantations di Oldfield. Il tutto suona in maniera molto armoniosa e coesa e gradevole già dal primo ascolto, per niente scontato e banale. Inoltre Rob Reed si avvale della collaborazione al missaggio e alla produzione di Tom Newman e Simon Heyworth, non a caso, storici collaboratori del grande Mike. Certo è pur vero che le citazioni sono tante, e alla lunga ad alcuni possono dar fastidio ma per me un disco some Sanctuary in tempi di crisi artistica come questi è manna dal cielo; trovo molto bello che in questi anni 2000 finalmente ci sia qualcuno che cerca ancora di portare avanti il percorso musicale iniziato da Mike Oldfield in cui le parole non hanno più molta importanza perchè a parlare è la Musica con la M maiuscola!

Attendo con molta curiosità l’imminente (10 giugno 2016) seguito Santuary II .

 

Andrea

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Locanda delle Fate – Forse le lucciole non si amano più

Il disco per questa settimana che vi consiglio è un vero gioiello del Progressive Rock Italiano: “Forse le lucciole non si amano più” del gruppo Astigiano Locanda delle Fate, album a cui sono molto legato perchè, insieme a ad altri 15/20 è stato tra quelli che più hanno suscitato emozioni estremamente positive.

Stranamente prima di apprezzarlo a pieno mi sono serviti 3 ascolti e con questo non voglio dire che si tratta di un disco difficile ma che forse il mio orecchio nel 2012 non era ancora molto preparato per un disco prog di nicchia, perchè infatti “Forse le lucciole..” uscì nel 1977 in sordina, anzi quasi completamente ignorato. Ci sono voluti gli anni ’90 per la riscoperta del prog anni ’70 e il 2010 per la reunion tanto attesa della Locanda delle Fate. Finalmente oggi questo album ha avuto il giusto riconoscimento e la giusta attenzione grazie anche al ritorno della band con l’attività live in Italia, europa, Messico e Giappone.

Ma facciamo un piccolo balzo indietro quando nel 1977 la band sforna questo capolavoro: La Locanda era già attiva dall’inizio degli anni ’70 in giro per i locali suonando prevalentemente cover dei grandi gruppi progressive sia italiani che stranieri, ma nel frattempo i nostri già iniziavano a tirare giù le prime linee delle proprie canzoni e a perfezionarle sempre di più. La formazione era molto ricca, infatti troviamo alla batteria Giorgio Gardino, al basso Luciano Boero, due tastieristi Michele Conta e Oscar Mazzoglio, e ben due chitarre suonate rispettivamente da Ezio Vevey e Alberto Gaviglio (i due facevano anche i cori e Alberto suonava che il flauto traverso) e la trascinante voce blues del carismatico Leonardo Sasso. Quest’ultimo aveva militato nel gruppo romano Le Esperienze ovvero i futuri Banco del Mutuo Soccorso, uno dei più grandi gruppi italiani e grande amico del loro font-man Francesco “Big” Di Giacomo.

Ciò che questa ampia formazione è riuscita a fare è lo splendido connubio tra musica e parole, ovvero una magica sincronia tra i ritmi in tempi dispari tipici del prog della batteria Giorgio Gardino insieme alle articolazioni di Michele Conta al pianoforte con il solido basso di Boero, le atmosfere rock-romantiche (pensiamo ai Camel) delle chitarre e del flauto di Alberto Gaviglio e Ezio Vevey insieme al tappeto di tastiere di Oscar Mazzoglio con la splendida voce di Leonardo Sasso. Il tutto impreziosito dai pregiatissimi testi scritti da Gaviglio, a tratti malinconici, a tratti romantici e a tratti pregni di nostalgia. Su tutte “Vendesi Saggezza”, canzone che parla di pazzia, magnifica conclusione di questo capolavoro con all’ultimo il rimando alla melodia iniziale di “A volte un istante di quiete”, bellissimo pezzo strumentale che apre il disco; come a conclusione di un cerchio e, naturalmente, come si usava all’epoca nei migliori concept album.

Non posso fare altro che consigliarlo caldamente a chi ancora non lo conosce!

Andrea

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Litfiba – 17 Re

Ciao a tutti!

Il primo disco che consiglio è uno dei più importanti dischi del rock italiano, ovvero 17 Re dei Litfiba, pubblicato dalla I.R.A. Records nel dicembre del 1986. Sono molto legato a questo disco perchè lo ascoltai a 14 anni e fu “amore a primo ascolto”, nel senso che fu anche grazie ai Litfiba che scoprì il mio amore per la Musica e il mio avvicinamento allo studio della batteria.

Secondo capitolo della cosiddetta “Trilogia del Potere” iniziata con Desaparecido nel 1985 i Litfiba sfornano il loro capolavoro componendo ben 16 canzoni (la title-track, all’ultimo non venne inserita perchè considerata non all’altezza delle altre). Trovare un genere preciso a questo disco è impossibile perchè troviamo molte influenze (punk, rock, new wave, dark, folk), ogni canzone è un quadro a se stante sia per testi che per arrangiamenti o per atmosfere.

La formazione dei Litfiba è quella classica degli anni ’80 ovvero Antonio Aiazzi alle tastiere, Gianni Maroccolo al Basso, Ghigo Renzulli alle chitarre, Ringo de Palma alla batteria e Piero Pelù alla voce. Più un elemento molto importante, Francesco Magnelli, come tastierista aggiunto che aiutò il gruppo sia in fase di composizione che negli arrangiamenti. E proprio negli arrangiamenti che il disco acquista di importanza perchè il bassista Maroccolo volle differenziare ogni canzone proponendo timbri e sonorità diverse a ogni singolo brano, infatti si passa dal rock duro in canzoni come “Resta“, “Re del Silenzio” e “Cane” a citazioni blues in “Cafè,Mexal e Rosita“. Dai ritmi spagnoleggianti di “Vendette” e “Tango” alle sfumature arabe di “Oro Nero“, dalle atmosfere dolci di “Univers” “Sulla Terra” e “Ballata” a quelle dark di “Gira nel mio Cerchio” o “Febbre” e ancora le pregevoli “Pierrot e la Luna“, “Come un Dio” e “Apapaia” fino alla cavalcata finale e imperiale di “Ferito

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Degni di nota anche i testi di Pelù, molto ispirati con temi che vanno dal petrolio ai disastri nucleari, dal tradimento alla vendetta, dai nativi americani alla solitudine. Le tastiere di Aiazzi sono molto presenti ma è normale visto il periodo di pubblicazione, gli assoli di Ghigo Renzulli precisi ed efficaci accompagnati dalle solide linee di basso di Maroccolo.

In conclusione oggi vi consiglio un disco molto denso, pieno di spunti e di ispirazioni; allora buon ascolto e alla prossima!

Andrea

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